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martedì 17 novembre 2020

The Affair (5a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/11/2020 Qui - Poteva tranquillamente finire con la quarta stagione The Affair, che nel suo essere non pienamente soddisfacente, risultava alquanto piena, intensa, emozionante e sorprendente tale da essere capace (quasi) di rinascere dalle proprie ceneri, compreso quel finale aperto, (che a questo punto) era perfetto. Poi Showtime ha ordinato una quinta, Ruth Wilson e Joshua Jackson se ne sono andati e ha dovuto reinventarsi ancora una volta, cercando di non tradire se stessa come avevano fatto Noah e Alison. Un po' ci riesce, un po' non si capisce anche la parentesi futuristica e ambientalista dove voglia andare a parare (il tema risulta debole sia come idea che come realizzazione, e l'Anna Paquin di Trick 'r Treat ne esce "spogliata" del suo talento), ed alla fine ne viene fuori un mezzo pasticcio, risollevato, ma solo in parte, dagli spunti narrativi e di riflessione che sempre hanno accompagnato la serie. Il difetto maggiore di questa quinta ed ultima stagione che chiude (su due piani temporali diversi, uno ambientato nel presente e uno ambientato in futuro più o meno prossimo) le sue storie di amore e tradimento? L'idea dei diversi punti di vista, punto di forza nelle prime stagioni, si è trasformato in un modo per raccontare le storie di altri personaggi, introdotti nel tempo e fondamentalmente inutili (soprattutto in quest'ultimo ciclo di episodi, di alcuni si poteva fare a meno). Voto: 5

venerdì 21 giugno 2019

The Affair (4a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/11/2018 Qui - E' giudizio unanime che le prime due stagioni di The Affair siano considerate un grande esercizio di stile e scrittura, e quindi una delle serie drammatiche più innovative, intriganti ed intensa degli ultimi anni (soprattutto per la sua formula, quella di raccontare il tutto da un punto di vista diverso ogni volta, qui la recensione di entrambe), altrettanto unanime è il giudizio alla poco convincente terza stagione, colpa di una narrazione confusionaria e strana (qui la recensione), non è altrettanto unanime invece il giudizio a questa quarta stagione appena conclusa (son passati due mesi), alcuni per esempio affermano che la serie sia tornata ai suoi fasti, che sapendo rimediare ai propri errori sia riuscita a migliorarsi e superarsi, io invece, pur ammettendo che un piccolo passo avanti sia stato fatto (di certo non tecnicamente, perché musiche, scenografie e quant'altro siamo allo stesso discreto livello di tutte le altre stagioni) affermo di non esser d'accordo. La serie infatti, anche se è tornata ad essere un racconto corale, con un ritmo più serrato, e un sottile ma decisivo senso di mistero, non mi ha soddisfatto pienamente. Colpa non solo della struttura, che torna parzialmente indietro, la rigida alternanza di punti di vista non c'è più e viene sostituita da una più semplice divisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio (quasi rinnegando il suo punto di forza che ha fatto la fortuna della serie), ma anche della sua narrazione, che si concentra forse troppo all'aspetto più drammaturgico della vicenda. Non è un caso che il finale di stagione di The Affair 4 (una stagione in cui l'amore e la morte sono stati più che mai temi dominanti, con le due puntate conclusive, in particolare, incentrate interamente sul concetto della perdita: una perdita da elaborare attraverso il lutto o una perdita a cui prepararsi, consapevoli del dolore imminente e inesorabile), sia segnato dalla morte di uno dei personaggi storici, alla fine però di un percorso non sempre convincente. Perché certo, del deludente e scarso coerente epilogo della scorsa stagione non c'è inizialmente più traccia, la quarta stagione infatti (che dice finalmente adieu agli idilli romantici parigini e alla professoressa Juliette Le Gall) ricomincia con un'inedita e nuova ambientazione (sulla West Coast), ma a dominare l'attenzione c'è solo l'improvviso addio a uno dei quattro protagonisti storici della serie firmata da Sarah Treem e Hagai Levi, un addio certamente sconvolgente ma ambiguo, strano e furbetto.