venerdì 23 aprile 2021

The End of the F***ing World (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/04/2021 Qui - Due adolescenti problematici e fortemente disturbati (James e Alyssa) che si incontrano per caso a scuola e decidono di intraprendere una avventura altrettanto problematica e disturbata (un viaggio di formazione sotto forma di palpitante tragicommedia pulp, forse un po' d'altri tempi). The End of the F***ing World (creata dal giovane regista inglese Jonathan Entwistle) è un prodotto molto interessante, anche se alcuni episodi sono meno riusciti di altri. La storia è coinvolgente, al punto che spararsi uno dietro l'altro tutti e 8 gli episodi che la costituiscono è comprensibile (20 minuti ad episodio), questo anche perché gli stessi sono strettamente collegati fra loro e rivelano una omogeneità nello stile narrativo, nella regia e nella predilezione per tonalità calde, ma non particolarmente vivide. Tutti questi elementi fanno in modo che il prodotto finale risulti talmente organico da far pensare più a un film diviso in 8 parti che a una serie televisiva. La performance dei due protagonisti principali è davvero molto valida, e i due giovani attori ripropongono in maniera molto credibile i tratti caratteriali principali dei personaggi che interpretano. A vestire i panni di James c'è Alex Lawther, era in Black Mirror, nel terzo episodio della terza stagione, ovvero "Shut Up and Dance". Alyssa è interpretata da Jessica Barden, già vista in Penny Dreadful e in altre produzioni televisive, che spaziano da serie a film. Altro tratto distintivo di The End of the F***ing World è una certa predilezione per il sarcasmo e lo humour nero, che costituiscono un po' il modo di rapportarsi alla vita e di affrontare i problemi dei due protagonisti (in fuga dalle istituzioni, dal sistema e dalle sue leggi). Non un capolavoro d'innovazione, ma è girato bene, recitato bene, ha una colonna sonora di tutto rispetto e ci fa affezionare a dei protagonisti decisamente poco simpatici. Soprattutto, ribalta con abilità il senso di già visto che si percepisce all'inizio, e riesce nella mirabile impresa di non farci ripensare all'adolescenza solo con il sollievo di averla superata. In definitiva, The End of the F***ing World è un teen drama decisamente atipico, perfetto per chi vuole in una serie immergersi completamente, serie i cui protagonisti hanno storie personali e tratti caratteriali decisamente oscuri. Il finale aperto, inoltre, lascia ben sperare in una seconda stagione altrettanto appassionante. Voto: 7+

Narcos (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/04/2021 Qui - Serie di eccellente qualità caratterizzata da una tensione narrativa puntualmente ben bilanciata, in grado, cioè, di restare costante non solo durante i 50 minuti di ciascun episodio, ma (soprattutto) lungo tutta la stagione (niente tempi morti, mai noiosa, totalmente coinvolgente, molti i temi affrontati, anche molto politici, ma comunque appassionanti). Quello di Pablo Escobar è (ahimè) un personaggio (qui in particolar modo) magnetico (capace pure di attrarre tante produzioni hollywoodiane soprattutto ultimamente), non solo per merito della sceneggiatura e dell'eccellente interpretazione di Wagner Moura. Ambivalente, contraddittorio per natura (un personaggio mai del tutto intellegibile nelle sue scelte e nei suoi comportamenti), non può non affascinare. L'ascesa internazionale del più grande narcotrafficante della storia (e la storia vera sulla diffusione della cocaina), anni '80/inizio anni '90, viene infatti raccontata magnificamente da José Padilha (ideatore e regista della serie), anche se con spunti in certi casi troppo "cinematografici", disegnando un personaggio oscuro, discutibile, offrendone intriganti sfaccettature (difficile appiccicargli l'etichetta di "cattivo" della storia, l'unico antagonista di questa serie è il destino). La serie si snoda tuttavia seguendo un doppio punto di vista: anche quello degli agenti della DEA Javier Peña (il poi futuro "Mandaloriano" Pedro Pascal) e Steve Murphy (Boyd Holbrook) impegnati nella loro battaglia contro i narcotrafficanti (ad aiutarli il colonnello Horacio Carrillo, uno dei pochi esponenti incorruttibili delle forze armate colombiane). Quest'ultimo "gringo", specie nei primi episodi espresso attraverso un voice over invasivo, fortunatamente poi moderato con lo svilupparsi della stagione. Entrando nel merito, la ricostruzione d'epoca risulta molto convincente sia per costumi sia per ambientazione. Il montaggio però non conferisce una chiarezza cristallina, talvolta si ha la sensazione di aver perso un passaggio e infatti capita che l'avanzamento cronologico avvenga con ritmi troppo variabili. La regia è asciutta e concreta, a tratti documentaristica (specie quando inserisce filmati di repertorio), ma anche di grande qualità. Interessante invece l'impossibilità di avere un doppiaggio sullo spagnolo che ti colloca forzosamente e a tutti gli effetti nella schiera dei "forestieri", le recitazioni sono impeccabili e molto credibili, dai personaggi secondari fino (appunto) al protagonista, e va dato merito per una cercata somiglianza degli interpreti, a tal punto che talvolta ti dimentichi che stai guardando un prodotto di intrattenimento. Bella la colonna sonora (a partire dalla calzante sigla), con brani sudamericani (a me) sconosciuti che spaziano tra i generi più disparati. Tra i vari dettagli della serie tv che mi hanno colpito particolarmente, c'è la rappresentazione della donna nella società colombiana, incarnata da alcuni precisi (forse, eccessivi, non saprei) archetipi e rappresentata pressoché esclusivamente come oggetto sessuale, probabilmente in una maniera troppo insistita. L'atteggiamento di queste figure femminili non viene rappresentato come semplice connivenza e mi domando dove (e se) si fermi la realtà e dove inizi l'esagerazione televisiva. La (presumibile) fotografia di un paese surreale come nessun altro (dove il realismo magico è nato), che pone più di un interrogativo morale. Voto: 8

Banshee - La città del male (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/04/2021 Qui - Una trama che non sta in piedi (prodotta da Alan Ball, Premio Oscar per la sceneggiatura di American Beauty, la serie racconta le vicende di un ex ladro che finisce per spacciarsi per lo sceriffo della piccola città di Banshee), lontana anni luce da una plausibile realtà che tuttavia tiene incollati alla schermo in trepida attesa della puntata successiva. Si finisce la stagione in un soffio, con il ritmo incalzante a sopperire a qualche buco di sceneggiatura che inevitabilmente inficia la tenuta drammatica dell'ingarbugliato plot (fulcro è Anastasia, la rapinatrice/amante fuggita col bottino di un colpo andato male e rifattasi una vita nella cittadina, cercata dal protagonista e dal padre, uno spietato mafioso russo newyorkese), ma incredibilmente, viste le premesse, senza mai stancare. Un galeotto sexy e pericoloso con un animo nobile, disposto a tutto per la sua amata, probabilmente il sogno proibito di ogni donna. Una spalla intelligente, ironica e quanto mai improbabile: il mitico Job, un hacker asiatico omosessuale che la sa lunghissima. Un paio di antagonisti cattivi, spietati e perversi, che non lasciano indifferenti. Il tutto ambientato in un paesino tutt'altro che tranquillo, dove ad ogni puntata ne succede una più incredibile della precedente. La trama principale si interseca infatti con tematiche connesse alla criminalità locale, ai mormoni, agli indiani di una vicina riserva, a bande di ariani, ai rapporti complicati tra i tutori dell'ordine della cittadina e, ovviamente, alle numerose (essenzialmente carnali) storie "d'amore", e quindi inevitabilmente accadono cose di cotte e di crude. Banshee (immaginaria cittadina della Pennsylvania, campo d'azione dei personaggi creati da David Schickler e Jonathan Tropper, porta il nome di una mitica creatura del "piccolo popolo" della mitologia irlandese e scozzese) aiuta a staccare dalla quotidianità, a vivere un po' dell'adrenalina e dell'erotismo che i suoi protagonisti riescono a tramettere in maniera molto esplicita (dalla Cinemax dopotutto, che è la costola "ancora più maschile" di HBO, è lecito aspettarsi ciò, vedasi Strike Back e Warrior per esempio, e così se presumibilmente Antony Starr fa la felicità di ogni donna, Ivana Miličević e soprattutto Lili Simmons fanno certamente la felicità di ogni uomo). Curioso di vedere anche la seconda stagione, ed ovviamente tutte le altre stagioni. Voto: 7,5

BoJack Horseman (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/04/2021 Qui - Irriverente. Scandaloso. Politicamente scorretto. In sole due parole? BoJack Horseman, serie tv originale di Netflix creata da Ralphael Bob-Waksberg, di cui ingredienti alla base sono un cavallo alcolizzato, un coinquilino con idee strampalate, un vicino di casa facilmente entusiasmabile e un mondo dove animali e umani convivono. Uno spaccato reale sulla vita delle star hollywoodiane in chiave ironica, originale nel raccontare direttamente, con le stesse voci dei protagonisti (è immensa la fitta rete di star, dal mondo della televisione a quello del cinema fino ad arrivare al campo musicale, che questa serie riesce a riunire sotto di sé, e non sono solo i doppiatori), il lato più oscuro dell'altra medaglia di Hollywood. Con una scrittura brillante ed intelligente che esalta la natura profonda e riflessiva della serie (è infatti una comedy fondamentalmente triste: affronta col sorriso amaro temi delicati che toccano la vita di ogni essere umano), con un assortimento di personaggi interessanti e peculiari (che sono paradossalmente quasi tutti animali, BoJack è chiaramente l'MVP indiscusso), con un umorismo nonsense originale, Bojack Horseman si presenta, già alla prima stagione, come la migliore serie animata e (in virtù di veri e propri momenti drammatici) la migliore "dramedy" animata vista da me negli ultimi anni. Una stagione che parte subito col botto e non ci vuole molto a capire il motivo che ha portato questa serie ad entusiasmare il pubblico ed ora me, dato che quello humour scorretto, a volte pure ingiurioso e che non fa sconti a nessuno in nessun momento, è proprio quello che diverte e di cui non si riesce a fare a meno. A livello grafico, tutti i personaggi sono disegnati in maniera assolutamente intrigante, gli episodi sono brevi il giusto (circa 25 minuti), diretti e da vedere in qualsiasi momento, mentre alcune scene sono a dir poco spettacolari (su tutte quella delle droghe assunte per l'incredibile tentativo di scrivere un libro in 2 giorni, veramente una sequenza da star male dal ridere). La scelta di partire con dei cliché (persona famosa entrata in depressione, donna in carriera che non riesce ad avere famiglia, uomo famoso sempre gentile e allegro) si rivela essere un trucco, visto che niente è come sembra: tutti i personaggi hanno sfaccettature contraddittorie e, per questo, interessanti. Insomma, non voglio dilungarmi oltre, BoJack Horseman è una serie che, una volta iniziata, non si riesce più ad abbandonare, e non per caso ho deciso di vederla tutta. La prima stagione è infatti promossa a pieni voti ma ha quell'aria di stagione introduttiva che in alcuni casi tende a tirare il freno: aspetti che senza dubbio verranno superati nelle stagioni successive. Voto: 8

venerdì 26 marzo 2021

Perry Mason (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - Ricordate il Perry Mason del piccolo schermo? Quello capace di risolvere in tribunale qualsiasi caso? Io personalmente avrò visto sì e no una decina di episodi, comunque ora che lo avete ricordato, però, dovete subito dimenticarlo perché il nuovo Perry Mason lanciato da HBO (distribuito in Italia da NowTV e Sky Atlantic) non ha nulla a che vedere con quelle che sono le vecchie trasposizioni televisive e cinematografiche del personaggio creato da Erle Stanley Gardner negli anni '30. Questo reboot infatti più che un rifacimento può essere considerato un vero e proprio prequel che racconta gli inizi della carriera del legale più famoso di sempre trasportandoci nella Los Angeles corrotta, depravata ed immorale della grande depressione e del proibizionismo. In questo scenario il giovane Mason (interpretato superbamente da Matthews Rhys) non è altro che un detective privato sull'orlo della bancarotta che sbarca il lunario scattando fotografie compromettenti di divi del cinema e starlette, per poi ricattarli. Alcolizzato, depresso e inaffidabile il giovane investigatore è quanto più lontano ci si possa aspettare dal personaggio "originale" e la prima parte della stagione è un racconto noir-hardboiled in piena regola. Una detective story che prende il via con la brutale uccisione di un neonato che era stato rapito e viene riconsegnato cadavere, nonostante il pagamento del riscatto. I sospetti ricadono da subito su entrambi i genitori, legati alla controversa comunità religiosa evangelica denominata "Radiosa Assemblea di Dio". In loro difesa viene assunto il noto avvocato E.B. Jonathan (un grande John Lithgow) che per reperire prove volte a scagionarli si rivolge proprio a Mason il quale inizierà a indagare su una vicenda che si presenta da subito piena di punti oscuri. Come detto precedentemente la prima parte del racconto ha le tinte del noir, tra indizi, misteri, strade fumose, sbirri corrotti e borsalini calati sugli occhi. Nella seconda parte, invece, entriamo ufficialmente nel territorio del legal drama tra processi, accuse, difese, testimoni e giurie da convincere. Ecco, nonostante una storia investigativa debole, è molto più interessante infatti l'occhio rivolto verso la critica sociale e religiosa dell'epoca, ed accurata è anche la storia processuale, Perry Mason funziona, anche grazie alla qualità nonché livello delle maestranze. E se scrittura, regia, ricostruzione storica, scenografia e colonna sonora sono praticamente impeccabili, il cast non è certo da meno: oltre ai già citati Rhys e Lithgow è doveroso menzionare le prove di Shea WhighamCrish ChalkTatiana Maslany Gayle RankinPerry Mason è una serie esplicita e forte, indirizzata un pubblico adulto, che si prende i suoi tempi, approfondisce i personaggi e come nei migliori gialli lascia che sia lo spettatore a mettere insieme le tessere del mosaico. HBO modernizza un'icona del piccolo schermo raccontandone le origini, un personaggio romanticamente solo e pieno di dubbi, in grado si ritagliarsi da subito un posto speciale nel cuore degli spettatori. Voto: 7

The Third Day (Miniserie)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - Una serie tv per certi versi indimenticabile, nel senso che difficilmente dimenticherò la più disturbante, irritante e per certi versi pretenziosamente assurda serie che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. A volte ciò che vediamo nasconde significati vari e nascosti, simbologie che si offrono allo spettatore per una visione in profondità, un invito ad andare oltre la struttura narrativa convenzionale. Tante volte è capitato di aver amato film che per altri erano di scarso appeal o addirittura incomprensibili. Ma The third day, un ambizioso viaggio tra leggende celtiche, cristianesimo e satanismo, mi è risultato respingente e insopportabile. Ammetto che dopo una prima puntata che aveva annunciato la particolarità della storia, la seconda mi aveva quasi convinto, grazie soprattutto a Jude Law, che si confermava attore di qualità, anche in un ruolo così particolare. Ma subito dopo si è scivolati in una vicenda repellente, caotica e zeppa di allucinati elementi. Un po' come quando in un piatto si aggiungono troppi ingredienti e non si capisce più quale deve essere il gusto principale. Regna il caos e la confusione si impadronisce del tutto. Quando poi entra in scena la Madre, ovvero il secondo trittico di episodi, l'irritazione cresce per l'assurdità di ogni scelta dei personaggi, che fanno sempre la cosa meno indicata, che sembrano non comprendere, chiudere gli occhi dinanzi alla realtà sempre più evidente che gli si manifesta dinanzi. Quando sono spettatore, forse eccedo in voglia di razionalità e se vedo personaggi compiere gesti e azioni stupide (può una madre che tiene ad aver cura dei figli lasciarli soli a più riprese in territorio ignoto e pericoloso per tutti?). Insomma, il disegno ci sarà e seguirà una sua logica, ma assistere a questa storia risulta davvero faticoso e pesante, senza un briciolo di divertimento o reale coinvolgimento. Un puzzle assurdamente cruento e pulp, nel nome di un mistero che solo alla fine si scioglierà, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver sprecato quasi sei ore di tempo. Sempre che non si decida di farsi del male e di connettersi anche con le cinque ore di diretta teatrale all'aria aperta, reperibili su Facebook, uno speciale su quanto avviene sull'isola di Osea (unita alla terraferma da una striscia di strada percorribile solo poche ore al giorno, di fatto l'ambientazione suggestiva l'unico elemento salvabile) che si integra con i sei episodi. Voto: 4,5

The Undoing (Miniserie)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - HBO avrà voluto forse replicare il successo di Big Little Lies? Rinsalda la collaborazione Nicole Kidman con lo showrunner David E. Kelley e ci propina (più o meno) la stessa solfa. Ma basta vedere un solo episodio per capire che purtroppo The Undoing non è Big Little Lies. È indiscutibile la presenza di molti elementi in comune: il modo in cui è costruito l'intreccio, il typecasting per Kidman e la ricchezza ostentata da ogni fotogramma. A The Undoing mancano però gli aspetti essenziali per una storia del genere (un'indagine in chiave mystery sulla tipica moglie americana), una delineazione psicologica dei personaggi e un percorso narrativo solido. Dopotutto The Undoing non è niente più che un banale thriller costruito su percorsi già battuti innumerevoli volte. Opera la distruzione di una famiglia apparentemente perfetta, coinvolta in prima persona in un caso di omicidio. Chi ha ucciso l'enigmatica e disinibita Elena Alves, la meravigliosa (sexy come non mai) Matilda De Angelis? Nei suoi sei episodi, The Undoing dissemina indizi per lo spettatore, ma questi non vanno verso un'unica direzione. Chiunque potrebbe aver ucciso Elena e nessuno può essere escluso dalle indagini. Il potenziale della serie come whodunnit viene però affossato da una narrazione estremamente lenta, che concentra i colpi di scena negli ultimi minuti di ogni episodio per assicurarsi che chiunque la vedi continui la visione. Questa staticità si ripercuote anche sulla caratterizzazione, portando a personaggi a malapena abbozzati e a un sofferto tentativo di correzione da parte del cast. Se Kidman riesce comunque a portare sullo schermo il conflitto interno a Grace, Hugh Grant rende Jonathan Fraser una parodia di se stesso. Susanne Bier, regista danese conosciuta al grande pubblico per il suo lavoro su The Night Manager e tanto altro (non sempre altro di memorabile), conosce come funziona il thriller e prova a salvare la serie, lavorando in simbiosi con l'indagine del detective Mendoza (Edgar Ramirez) e dello spettatore. Si sofferma così su dettagli che altrimenti sarebbero sfuggiti, ma vuole soprattutto evidenziare quasi esasperatamente l'interpretazione di Kidman. Se The Undoing è diventata un fenomeno mediatico e un successo di pubblico, lo si deve ai nomi coinvolti, incaricati di distrarre da una scrittura poco fantasiosa. Il potenziale per creare una serie realmente avvincente c'era, ma non è stato sfruttato. Forse The Undoing avrebbe potuto funzionare meglio sotto forma di lungometraggio, riassumendo quelle cinque ore e mezzo di durata in 100 minuti ed evitando che lo spettatore (me medesimo) si illudesse con teorie estremamente affascinanti e molto più intelligenti del risultato finale. Voto: 5,5

Lovecraft Country (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - Nel titolo il cognome di uno degli scrittori più amati ma al contempo anche dei più criticati. La serie, prodotta da HBO e trasmessa in Italia da Sky Atlantic, prende le mosse dal romanzo dall'omonimo romanzo di Matt Ruff e prova a fare un'operazione molto particolare e decisamente ambiziosa (altalenante ma nel complesso riuscita). Il paese di Lovecraft, traducendo letteralmente il titolo dello show, ci indica un territorio di mostri, spettri e in generale paure, una terra dove tante persone non sono al sicuro, o quanto meno non si sentono tranquille, spesso perché minacciate da altre persone. È quindi la dimensione metaforica ad essere al centro del discorso, protagonista di un racconto che attraverso l'utilizzo dell'universo lovecraftiano racconta la storia di una serie di paure molto specifiche e molto concrete. E' prodotta da due nomi che non hanno bisogno di presentazioni, J.J. Abrams e Jordan Peele, al timone dello show però c'è una donna, Misha Green, una donna afroamericana al timone di una serie che sin dall'inizio prova a ribaltare i cliché narrativi, proponendo una storia che magari riprende l'eco di tante altre ma che al contempo prova ad adottare un punto di vista nuovo. Si tratta di uno show intimamente black, ambientato negli Stati Uniti di fine anni Cinquanta in cui la segregazione razziale era una realtà ineludibile e in cui il razzismo traspare non solo dal comportamento dei bianchi, ma dalla paura interiorizzata dei neri, il cui terrore riempie la parte soprannaturale della serie e si manifesta attraverso mostri lovecraftiani. Lovecraft Country, infatti, ha il grande merito di unire con equilibrio trame orizzontali e verticali, riuscendo in questo modo ad esplorare le tante facce dell'horror soprannaturale, passando dal road movie al body horror, dalla haunted house all'adventure, dal film di possessione al racconto fantascientifico, dedicando la giusta attenzione ad ogni personaggio. Del merito va attribuito anche all'ottimo cast (un nome è Courtney B. Vance, l'altro Abbey Lee) che sia nei protagonisti che nei personaggi più laterali dimostra eccellenti qualità e la capacità di muoversi in tranquillità da uno stile narrativo all'altro. Una menzione speciale per la colonna sonora che con le sue tracce sempre ricercate si fonde perfettamente alle immagini e compone un'antologia sulla black music, ma al contempo contiene al proprio interno anche discorsi celebri d'epoca piazzati in punti particolarmente significativi della serie. Lovecraft Country è quindi una serie avvincente e intelligente, in grado di fare con l'horror soprannaturale quello che Watchmen ha fatto poco tempo fa con il fumetto (peraltro tantissimi i punti di contatto tra le due serie), rappresentando una delle serie più belle viste in questo scorcio d'inizio 2021. Tra omaggi, citazioni e simili contesti, un viaggio nell'orrore decisamente e notevolmente affascinante. Voto: 7+

Room 104 (4a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - Si torna ad esplorare un'ultima volta la Room 104, con 12 nuovi episodi tutti da scoprire. In un viaggio finale che non si può certo definire sia stato indimenticabile, però neanche peggiore o migliore delle precedenti e della deludente terza stagione, ma semplicemente all'altezza delle (medie) aspettative. La quarta stagione sperimenta, l'esperimento non si può dire riuscito al meglio, ma comunque soddisfacente, non ci sono alti e non ci sono bassi, però ci sono episodi interessanti, piacevoli uniti ad alcuni semplicemente caotici. Come chi ha seguito lo show saprà (e per chi non l'ha fatto così è la cosa), nelle precedenti tre stagioni di Room 104, abbiamo assistito a una storia diversa e con differenti protagonisti in ogni episodio, tutte ambientate nella stanza che dà il titolo alla serie, andando ad assistere anche ad un cambiamento di genere dello show di puntata in puntata. La nota serie antologica infatti, ha esplorato vari generi: drama, comedy, horror e thriller tanto per citarne alcuni. In questa quarta (ed ultima) stagione c'è spazio anche per la dark comedy, la fantascienza e, anche per un episodio animato. Una ulteriore aggiunta di generi accompagnata da alcune canzoni originali interpretate dallo stesso Mark Duplass, presente per la prima volta in una moltitudine di ruoli, da sceneggiatore ad attore, regista e persino musicista dello show. Tra le storie che si avvicendano nella camera numero 104, quelle di un musicista che si esibisce in una performance di una sola notte facendo il tutto esaurito (è questo l'episodio con uno dei fratelli creatori dello show), una donna che combatte contro il suo oscuro passato a causa di una dipendenza (è Jillian Bell, una delle tante guest star, ad interpretarla), una terapista che cerca di aiutare il suo paziente (Dave Bautista come performance conferma di non essere solo un palestrato), un viaggio indietro nel tempo, uno schiuma party a metà degli anni '90, un episodio in stile cartone animato anni '80, e molto altro ancora, tra omaggi, un pizzico di magia e nostalgia. E insomma, al netto di alcuni inciampi, la vena surrealista e liberale della stagione che ha permesso al gruppo eclettico di registi e artisti di esprimersi audacemente, stimola e stuzzica, ed anche se convince a metà, riesce nell'intento di non compromettere (di nuovo) il lungo e tortuoso viaggio fatto. Nessun rimpianto, nessun rimorso. Da me sicuramente e spero anche dalla Room 104. Voto: 6

Big Little Lies (2a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - La seconda stagione di Big Little Lies lascia il sapore di un lussuoso prolungamento di un arco narrativo già abbondantemente esauritosi. Dopotutto la prima stagione era l'adattamento del romanzo omonimo di Liane Moriarty, questa seconda no. Tuttavia pur avendo più una rotta già tracciata da seguire, David Kelley e il suo team di autori ne trovano una nuova che non snatura i personaggi, ma parte da quanto accaduto per portarne avanti una evoluzione coerente. Un merito che va riconosciuto per quanto il viaggio (reso di suo però già arduo vista la difficoltà a questo giro di costruire la tensione, facilitata precedentemente dal senso di "tragedia annunciata" che pervadeva la prima stagione, ma qui mancante) non sia tuttavia privo di fastidiose turbolenze. Ancora una volta (ma più dell'altra volta), Big Little Lies si aggrappa al suo cast scintillante (ad una corona già ricca di gemme, la serie ha aggiunto in questa seconda stagione un gioiello ancora più splendente: Meryl Streep, alla iconica attrice viene affidato un personaggio difficile da gestire, ma che viene portato in scena con la convincente maestria di cui solo lei è capace) per nascondere dietro quell'arcobaleno di qualità i difetti di una scrittura che a volte inciampa rialzandosi in modo goffo. Tra bambini che sanno troppo e troppo in fretta e una scena conclusiva del season (finale che mette a rischio in maniera contraddittoria tutto quanto ognuna delle cinque amiche ha raggiunto in questa seconda stagione). Alla fine, Big Little Lies viene promossa ancora una volta. Ma la lode stavolta non la prende. La qualità sempre elevatissima della recitazione e di regia e fotografia offuscano sì le pecche di sceneggiatura, però non basta. Il risultato è tuttavia godibile. Voto: 7