Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2023 Qui - Essendo molti gli elementi combinati, tra viaggi nel tempo, alberi genealogici, enigmi da risolvere e ancora altri viaggi nel tempo, Kindred risulta un pochino confusionaria e perde molto dal punto di vista emozionale, tralasciando tutto il comparto intimo legato ai personaggi, che se fosse stato indagato maggiormente sarebbe stato meglio. Per il resto, Kindred avvince e trova un buon equilibrio tra il tema storico (declinato in un complesso dramma familiare e politico, ricco di personaggi e di sotto-trame generalmente ben gestite) e la materia sci-fi del plot, che avrebbe dovuto dipanarsi con più chiarezza in un prosieguo che purtroppo non vedremo mai. Una circostanza che lascia l'amaro in bocca, a dispetto del generale buon livello del prodotto. Voto: 6+
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sabato 16 dicembre 2023
Kindred (1a stagione)
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venerdì 26 marzo 2021
Perry Mason (1a stagione)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2021 Qui - Ricordate il Perry Mason del piccolo schermo? Quello capace di risolvere in tribunale qualsiasi caso? Io personalmente avrò visto sì e no una decina di episodi, comunque ora che lo avete ricordato, però, dovete subito dimenticarlo perché il nuovo Perry Mason lanciato da HBO (distribuito in Italia da NowTV e Sky Atlantic) non ha nulla a che vedere con quelle che sono le vecchie trasposizioni televisive e cinematografiche del personaggio creato da Erle Stanley Gardner negli anni '30. Questo reboot infatti più che un rifacimento può essere considerato un vero e proprio prequel che racconta gli inizi della carriera del legale più famoso di sempre trasportandoci nella Los Angeles corrotta, depravata ed immorale della grande depressione e del proibizionismo. In questo scenario il giovane Mason (interpretato superbamente da Matthews Rhys) non è altro che un detective privato sull'orlo della bancarotta che sbarca il lunario scattando fotografie compromettenti di divi del cinema e starlette, per poi ricattarli. Alcolizzato, depresso e inaffidabile il giovane investigatore è quanto più lontano ci si possa aspettare dal personaggio "originale" e la prima parte della stagione è un racconto noir-hardboiled in piena regola. Una detective story che prende il via con la brutale uccisione di un neonato che era stato rapito e viene riconsegnato cadavere, nonostante il pagamento del riscatto. I sospetti ricadono da subito su entrambi i genitori, legati alla controversa comunità religiosa evangelica denominata "Radiosa Assemblea di Dio". In loro difesa viene assunto il noto avvocato E.B. Jonathan (un grande John Lithgow) che per reperire prove volte a scagionarli si rivolge proprio a Mason il quale inizierà a indagare su una vicenda che si presenta da subito piena di punti oscuri. Come detto precedentemente la prima parte del racconto ha le tinte del noir, tra indizi, misteri, strade fumose, sbirri corrotti e borsalini calati sugli occhi. Nella seconda parte, invece, entriamo ufficialmente nel territorio del legal drama tra processi, accuse, difese, testimoni e giurie da convincere. Ecco, nonostante una storia investigativa debole, è molto più interessante infatti l'occhio rivolto verso la critica sociale e religiosa dell'epoca, ed accurata è anche la storia processuale, Perry Mason funziona, anche grazie alla qualità nonché livello delle maestranze. E se scrittura, regia, ricostruzione storica, scenografia e colonna sonora sono praticamente impeccabili, il cast non è certo da meno: oltre ai già citati Rhys e Lithgow è doveroso menzionare le prove di Shea Whigham, Crish Chalk, Tatiana Maslany e Gayle Rankin. Perry Mason è una serie esplicita e forte, indirizzata un pubblico adulto, che si prende i suoi tempi, approfondisce i personaggi e come nei migliori gialli lascia che sia lo spettatore a mettere insieme le tessere del mosaico. HBO modernizza un'icona del piccolo schermo raccontandone le origini, un personaggio romanticamente solo e pieno di dubbi, in grado si ritagliarsi da subito un posto speciale nel cuore degli spettatori. Voto: 7
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giovedì 27 agosto 2020
GLOW (3a stagione)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/08/2020 Qui - La seconda stagione di GLOW era terminata con il gruppo in partenza per l'hotel Fan-Tan di Las Vegas. Adesso le grandiose lottatrici del wrestling tornano più deboli ma al contempo più resistenti che mai. Gli sceneggiatori decidono di puntare tutto sulle fragilità dei personaggi della serie, che però si riveleranno dure da abbattere. Se la seconda stagione rimarcava la questione delle molestie sessuali, ora viene affrontata l'omofobia, tematica sempre più attuale, affrontata da una serie ambientata negli anni '80. Giunta alla terza stagione, ciò che GLOW porta ancora con sé è proprio il distaccarsi dalla banalità delle situazioni. I dieci episodi che compongono GLOW 3 riguardano le difficoltà che ogni personaggio è costretto ad affrontare. Nessuno è infatti esente da problematiche che renderanno ancora più difficile lo svolgimento dello show. Una stagione diversa dalle precedenti vista la minor leggerezza e simpatia con cui si vengono trattate le dinamiche della serie. La marcia è diversa, minore è la leggerezza e di simpatico è rimasto ben poco. GLOW 3 si fa più emotiva e drammatica rispetto alle stagioni precedenti. I finali degli episodi si concludono sempre con un primo piano (che sia frontale o più angolato) di uno dei personaggi, che in quel momento si trova il più delle volte in uno stato di felicità o difficoltà. Difficoltà che a sua volta va di pari passo con l'immaturità e l'inesperienza nell'affrontare le relazioni con i propri cari (in ogni caso se Alison Brie ci mette l'anima, Betty Gilpin il corpo). Il wrestling viene quindi messo in secondo piano, sovrastato dalle dinamiche personali: scelta condivisibile giacché GLOW, in fondo, si è da sempre basato sull'unione contro le disuguaglianze (ma per uno che ha deciso di vedere la serie proprio per il wrestling, un po' deludente è). Se però l'aspetto correlato allo show avesse tenuto la stessa leggerezza che ha contraddistinto le prime due stagioni, GLOW 3 sarebbe stato sicuramente più apprezzabile ed interessante. La terza stagione di GLOW fa un piccolo passo indietro rispetto alle precedenti, cambiando marcia rispetto al passato e mettendo più carne al fuoco, offrendo così uno show diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere ed amare. GLOW chiude la sua terza stagione suggerendo un ritorno alle ambientazioni degli esordi. Resta da sperare che allontanarsi dalle paillettes luccicanti della città dei casinò smetta di abbagliare gli autori. Le gorgeous ladies ci sono ancora, aspettiamo di rivedere oltre loro anche GLOW, e il vero (falso) wrestling. Voto: 6,5
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mercoledì 19 giugno 2019
GLOW (2a stagione)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/09/2018 Qui - Nella prima stagione GLOW, la serie creata da Liz Flahive e Carly Mensch, aveva trafitto i cuori grazie a un mix "letale" di umorismo e lotta, di dolore e sfida (contro se stesse, contro le altre e soprattutto contro il sistema maschile), di dramma (costruito su molti livelli) e commedia (Qui la mia recensione), nella seconda stagione, messo da parte per certi versi il ring, la musica non cambia, anzi, se possibile, ogni cosa è ancora più intelligente e sovversiva, penetrando nel tessuto seriale. Se nella prima stagione la serie ha raccontato la rivincita delle protagoniste che con sudore e fatica sono riuscite a superare gli ostacoli della vita, in questa seconda stagione il tema è l'amicizia, la sorellanza, grazie alla quale nessuna delle componenti della squadra, è mai veramente sola. Una sorellanza che è legame solido, unico e irripetibile, nodo difficile da sciogliere e, anche quando sembra possibile, è solo apparenza (il rapporto tra Debbie/Betty Gilpin e Ruth/Alison Brie). La rivalità fra le due attrici principali, Ruth e Debbie, è ancora elemento fondante dell'intreccio, litigano, si rinfacciano situazioni passate (il tradimento del marito di Debbie con Ruth e di conseguenza è sua la colpa del loro divorzio), si pungolano cercando di ferirsi (la loro lite in ospedale) e ostacolarsi (Debbie tenta in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote all'amica/nemica), arrivano addirittura alla "rottura" ma poi proprio in nome di quella sorellanza, proprio per il bene che in fondo, nascosto tra recriminazioni, insulti e rabbia si vogliono, riescono sempre a cucire lo strappo. Sembra tutto uguale quindi in questa stagione, Zoya the Dystroyer contro Liberty Bell, le sfide tra le wrestler, soldi che scarseggiano, invece no perché GLOW è capace di prendere tutto ciò che di buono c'era nella prima e di migliorarsi senza snaturare se stessa e le protagoniste/donne. Lo show infatti, con questo secondo ciclo non solo conferma quanto di positivo avevamo visto nella stagione di debutto (un anno fa, io solo 4 mesi fa), ma fa un deciso salto di qualità in termini di scrittura (che va a tutto vantaggio dell'esperienza di visione). Non a caso tutto ciò che si poteva chiedere alla seconda stagione di GLOW era di sfruttare le potenzialità inespresse nella prima annata. Questo è esattamente quel che la serie Netflix ha fatto. Di più, è riuscita, senza negare affatto il lavoro precedente, a ritagliarsi un'identità più definita, giocando sullo sviluppo dei personaggi prima che sullo stridere tra commedia e dramma.
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venerdì 14 giugno 2019
GLOW (1a stagione)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2018 Qui - Gli anni Dieci dei Duemila saranno ricordati come l'epoca dei revival e di come l'effetto nostalgia abbia avuto la meglio su ogni tentativo di spingersi al di là dei confini finora conosciuti nel mondo dell'arte. Un discorso che abbraccia a 360° ogni genere, dal cinema alla musica, alla televisione. E così la Netflix pensa bene di coniugare l'effetto nostalgia a doppio strato con una serie originale, da una parte gli anni '80 e dall'altra il wrestling. Il wrestling, che per noi figli degli anni '80 è stato un appuntamento settimanale fisso, scandito inizialmente da quell'inconfondibile voce made in USA con cui Dan Peterson ci ha raccontato, con ugual enfasi, le incredibili mosse di Hulk Hogan o i voli dei giocatori della NBA. E questo imprinting emozionale è rimasto in attesa di riesplodere adesso (in verità il 23 giugno scorso, praticamente un anno fa) con GLOW, una serie appunto originale ma ispirata liberamente alla storia di GLOW, acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, circuito (molto famoso all'epoca, almeno in America) che negli anni '80 metteva sul ring delle donne in uno scenario fino a quel momento ovviamente a vocazione maschile. E così prendendo ispirazione dalla serie originale, la serie Netflix parte dalla sigla GLOW e decide di scrivere una storia nuova, quasi in toto (anche se la serie si svolge comunque in quegli anni, epoca d'oro del wrestling americano rappresentato in primis dalla WWF, odierna WWE), ed altresì decide di presentarci questa nuova serie, appellandosi sia ai tifosi di wrestling sia a coloro che pensano che sia stupido. In tal senso è utile sottolineare che come da tradizione della piattaforma streaming, GLOW si muove sul flebile confine tra comedy e drama. Infatti, la serie si concentra principalmente sul fattore commedia, inserendo situazioni surreali e tragicomiche e dando fin da subito una caratterizzazione ben definita ad ogni personaggio. Persino la meno sfruttata delle protagoniste ha un passato da cui attingere e da poter raccontare. In tutto questo, il fattore drama rappresenta una piccola parte della narrazione ma, ciò nonostante, rappresenta il perno principale attorno al quale tutta la vicenda.
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