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sabato 29 giugno 2019

La verità sul caso Harry Quebert (Miniserie)




Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/05/2019 Qui
Tema e genere: Miniserie in 10 puntate diretta da Jean-Jacques Annaud, basata sull'omonimo romanzo del 2012, scritto da Joël Dicker, trasmetta su Sky Atlantic, che tratta di un caso poliziesco e non solo.
Trama: La serie parla del giovane Marcus Goldman che alle prese con il primo blocco dello scrittore dopo la pubblicazione del primo libro decide di rivolgersi al suo mentore: Harry Quebert. Di lì a poco, però, Harry (artefice di un romanzo capolavoro) viene accusato dell'omicidio di una giovane ragazza, Nola Kellergan, avvenuto nel 1975. E così mentre Marcus scopre che Quebert aveva avuto una relazione clandestina con la ragazza (quindicenne) la polizia comincia, dopo 30 anni, e con l'aiuto dello stesso, ad indagare. Ma non è facile, gli intrighi sono moltissimi, le persone coinvolte tante, tutti però rivivranno quell'estate nel tentativo di venire a capo del mistero. Chi ha ucciso Nola?
Recensione: Le premesse per un'opera capace di lasciare il segno c'erano tutte. Un best seller internazionale da 3 milioni di copie vendute, considerato da molti come uno dei gialli più avvincenti dell'ultima decade. Una ricca produzione internazionale. Un regista cult come Jean-Jacques Annaud (Il Nome della Rosa, Sette anni in Tibet, ma anche L'ultimo Lupo). E un cast hollywoodiano (anche se non di primissimo piano) capitanato da Patrick Dempsey. Invece la trasposizione televisiva de La verità sul caso Harry Quebert, è una piccola delusione. Chi scrive non ha letto il libro e dunque la critica non risulta influenzata dalla sindrome del lettore-deluso, che sovente colpisce coloro che hanno amato un'opera letteraria nel momento in cui dalle pagine passa sullo schermo. Il giudizio è frutto unicamente della visione della serie. Una serie certamente non brutta, anche piacevole, che si lascia seguire senza mai annoiare, ma che ha parecchi ed evidenti difetti. Ci sono dei passaggi infatti che mi hanno lasciato parecchio perplesso, momenti specifici in cui la voglia di cambiare canale si fa veramente molto pesante. Colpa soprattutto di un racconto sempre parecchio arzigogolato e spesso anche inverosimile. Devo ammetterlo, due cose sono a dir poco assurde. Già hai una trama piena di mistero, una cittadina in cui nessuno ha visto, sentito e detto niente, hai il parallelismo con la vita del romanziere...Bene, con tutta questa carne a fuoco era necessario ricorrere a certe trovate? E poi, ancora, ma si doveva necessariamente far fare la parte degli imbecilli all'ispettore e a Marcus, Ben Schnetzer e Damon Wayans Jr. infatti, che rispettivamente interpretano lo scrittore e il sergente, gli unici due personaggi ricorrenti che si ritrovano completamente estranei alle vicende avvenute 33 anni prima, sorta di narratori che guidano lo spettatore attraverso le vicende, le 10 puntate e i vari livelli temporali (sono 3, ma non immaginatevi la fluidità e la classe di True Detective, proprio no), quando si scopre che non erano a conoscenza di un particolare importante? Cioè veramente (senza aver fatto spoiler), l'ABC della credibilità di una investigazione. Mi sono sembrati due espedienti volti unicamente ad allungare il brodo (già allungato da storie secondarie sui personaggi della cittadina di Sommerdale poco affascinanti) e a rendere assai inverosimile il mistero. Un mistero scandito da continui colpi di scena, da cliffhanger a fine episodi, che vengono costantemente annullati nella puntata successiva. Ma uno dei problemi più grandi che ho riscontrato in questa serie è in assoluto il casting dei protagonisti. Dal giovane Ben Schnetzer a Kristine Froseth (senza carisma entrambi). Gli altri attori, forse perché anche più maturi (e parlo di Kurt FullerRon Perlman e Virginia Madsen) riescono ad arginare le mancanze dei due giovanissimi, ma ciò non basta a renderli piacevoli quando in scena. E insomma va bene che la serie ha un bel ritmo, che comunque si lasci seguire, ma una storia meno intricata e più credibile no? Qualcosa di meno banale no? Personaggi e quindi attori più verosimili no? No! Ok, contenti loro, io non tanto, anzi, quasi per niente.

domenica 23 giugno 2019

The Deuce (2a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/11/2018 Qui - Secondo atto del dramma storico ideato da David Simon e George Pelecanos, un secondo atto che potrebbe considerarsi, superficialmente, transitorio, in riferimento alla prima, comunque sorprendente (ma non perfetta) stagione (qui), per la mancanza di un cliffhanger emotivo, come quello che vide protagonista la malinconica Candy (interpretata con leggiadria ed eleganza da una Maggie Gyllenhall più matura che mai) verso il suo definitivo allontanamento dalle strade. E tuttavia The Deuce, la serie sul porno che non è porno di HBO, di cui la seconda stagione composta da 9 episodi è andata in onda in prima visione sul canale satellitare Sky Atlantic dal 15 ottobre al 12 novembre 2018, non necessita di sbalzi emotivi per esprimere al meglio le proprie potenzialità, perché sì, a sorpresa, spostando l'attenzione su altro che papponi e prostitute in strada, è riuscita ad esprimersi con più completezza, nella sua ragion d'essere romanzo corale popolare e altisonante allo stesso tempo, bilanciandosi più esaurientemente tra prodotto d'intrattenimento e, altresì, educativo, nella sua valenza storica. Certo, i dubbi, soprattutto i miei, restano, anche perché non tutte le sotto-trame soddisfano ancora del tutto o sono interessanti, e ancora una volta una direzione precisa la serie non sembra avere, ma i due autori si confermano maestri nel mettere in scena le cromature della quotidianità dei loro protagonisti, protagonisti che hanno sfondato nella goduriosa e lussureggiante New York anni '70, dal mondo della prostituzione in strada, quello brutto, sporco e newyorkese, si passa al mondo del cinema porno (sensuale, artistico e newyorkese), un cinema principalmente maschile e maschilista (cosa che mette in difficoltà la nostra Candy, che finalmente si prende la scena come auspicato), ma soprattutto confermano il loro buon livello tecnico della serie.

domenica 9 giugno 2019

The Deuce (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2018 Qui - Ricordando a tratti la sfortunata Vynil (cancellata dopo una eccezionale prima stagione), The Deuce (che al contrario ha già avuto conferma di una seconda stagione), la serie televisiva statunitense creata da David Simon (famoso autore televisivo americano, artefice della serie cult The Wire e della bella miniserie Show me a hero) e George Pelecanos per HBO, ci conduce in un mondo perennemente vivo e rumoroso (un inebriante e denso spaccato della vita nei sobborghi di New York negli anni Settanta, un universo parallelo, una terra di confine in cui confluisce la più varia umanità, di ogni etnia, orientamento sessuale e vissuto), dove la prostituzione dilagava a macchia d'olio, tanto che insieme ad essa si diffondeva un nuovo tipo d'intrattenimento erotico (rimasto nell'anonimato di qualche cinema ma diventato ben presto mainstream), ovvero il cinema pornografico. Ed è su questo che gli ideatori volevano puntare e parlare, ma personalmente non l'hanno fatto in modo del tutto efficace, perché anche se era chiaro che in realtà il porno sarebbe stato solo una delle diverse linee narrative, e non il fulcro della serie (quello che spetta al sesso di tutti i tipi, e comunque non tutti interessanti da vedere), non convince la scelta di non raccontare, come invece ci si aspettava (dal trailer e trama), la storia della realizzazione del primo film a luci rosse Gola Profonda. La serie infatti, descrive solo il contesto (e l'epoca) tramite personaggi che non c'entrano (almeno al momento) niente. Cosicché non solo la narrazione, seppur corale, manca di un protagonista assoluto, ma anche la trama, che non approfondisce a sufficienza, lascia un po' stupiti. Certo, la ricostruzione della città, la musica e le atmosfere (con le macchine americane quadrate, i vestiti dei papponi che sembrano usciti da una parodia, negozi per affittare i VHS), dialoghi, i costumi, il crudo e realistico ritratto di un'epoca fatta di contraddizioni ed estremismi, è verosimile e ben rappresentato (anche grazie alla discreta sigla e la colonna sonora ricchissima, a base di soul e qualche pezzo rock), ma se visivamente lo spettatore è catapultato nella disinvolta oscenità sbattuta sullo schermo da inquadrature che non risparmiano carne e degrado (a volte anche gratuitamente e senza senso), la sceneggiatura, che intreccia diversi punti di vista e si sposta tra ambienti apparentemente distaccati ma segretamente connessi come bar e bordelli, cantieri e tribunali, politica e cinema, ha qualche lacuna.