Visualizzazione post con etichetta Billie Lourd. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Billie Lourd. Mostra tutti i post

venerdì 22 marzo 2024

American Horror Story: NYC (11a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/03/2024 Qui - L'undicesima (ma non ultima) stagione di American Horror Story è una caduta di stile per gli autori (Brad Falchuck e Ryan Murphy) che farciscono di stereotipi una storia folle ed insensata nell'idea quanto irrazionale nell'esecuzione. L'episodio più bello secondo me è quello della cartomanzia, per il resto, poco horror e troppi cliché. American Horror Story: NYC cede infatti alle peggiori inclinazioni della serie finendo per consegnare un racconto sovrabbondante, confusionario e completamente fuori fuoco, incapace di conciliare le varie linee narrative che lo attraversano o di mantenere in rotta la carica critico-eversiva, oltretutto, finendo per annoiare a morte. Troppo caotica la sceneggiatura che vuole mescolare un serial killer con la pandemia (e l'AIDS) e giochetti erotici (di stampo gay) veramente poco riusciti. Il peggio, però, arriva con le due puntate finali: dopo avere evidentemente esaurito le idee (pur senza averne approfondita nessuna), gli autori si abbandonano a una lunga quanto goffa appendice metafisica che prende le distanze dalla storia per passare in rassegna il destino dei vari personaggi, forse nel tentativo (evidentemente infelice) di agguantare una dimensione tragico-lirica. Il materiale comunque c'era, ma sfruttato male, tanto che, se non la peggiore stagione (di certo peggiore rispetto alla forzata decima), sicuramente tra le peggiori. Voto: 4,5 [Disney Plus]

giovedì 27 agosto 2020

American Horror Story: 1984 (9a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/08/2020 Qui - Passano gli anni ma la serie antologica horror, American Horror Story è ormai un cult della televisione. Questa nona stagione, seppur debole e sottotono, si conferma di grande intrattenimento e conferma nuovamente che il prodotto è un'abile (ma raramente eccezionale) contenitore narrativo della mitologia horror statunitense. La serie antologica creata da Ryan Murphy alla sua nona stagione decide di omaggiare gli anni '80 (il suo stile, i suoi colori, l'aerobica, la musica giusta, le tutine aderenti, esagerando però in alcune circostanze) e il cinema slasher che in quegli anni esplodeva, rifacendosi direttamente a cult come Venerdì 13 (anche citato) ed Halloween, ma convergendo molto (forse troppo) sul filone parodistico. Di horror c'è infatti ben poca traccia, i puristi (quelli che rimpiangono le prime stagioni) non saranno stati contenti di questo cambiamento, in parte anch'io, seppur nonostante ciò, anche questa volta grazie ad un intreccio divertente, semplice, AHS si lascia guardare volentieri. I personaggi principali sono stupidi ma in linea con la loro caratterizzazione. Sono giovani, vivono a L.A. e sono tutti fissati con la palestra. Hanno poca esperienza di vita e sono passionali. Casualmente si trovano invischiati in sette sataniche e serial killer. AHS: 1984 propone una storia che riflette in modo esaustivo il periodo storico degli anni Ottanta. Un'aderenza a quegli anni che gioca un ruolo importante nella storia. Quindi, complessivamente, lo show è un omaggio (un po' paraculo) all'intero decennio. A livello di costruzione dei personaggi principali, questa stagione si rivela carente poiché sono sfaccettati in modo grossolano. Personaggi piatti, monodimensionali, grotteschi e con poche motivazioni solide che giustifichino le loro azioni. Vero che AHS non ha mai brillato sotto questo aspetto, tuttavia, in questo nuovo ciclo di episodi manca il carisma, un personaggio ben caratterizzato che incarni l'essenza di questa storia. Si sente la mancanza dei due storici attori, Evan Peters e Sarah Paulson, seppur Emma Roberts e John Carroll Lynch offrano comunque (e più degli altri) una discreta performance. Altri difetti riscontrabili nelle sequenze d'azione, realizzate mediocremente e appaiono confusionarie, così come la dimensione del paranormale viene spinta eccessivamente, virando verso il trash e lo straniamento dello spettatore. Quindi stagione di buon intrattenimento, tuttavia non in grado di soddisfare appieno in quanto propone situazioni ed elementi mitologici (tipo le persone bloccate in un luogo una volta morte) già viste e assorbite. C'è poco di nuovo e nonostante il cambiamento temporale, non presenta nessuna novità dal punto di vista creativo. Si nota una certa mancanza di idee originali e ormai si capisce che lo show è quasi arrivato alla frutta. Essendo un macro universo narrativo che abbraccia multi-stagioni, tali scelte narrative possono essere "inglobate" in un'ottica allargata, ma come singola stagione, è al di sotto delle precedenti, anche dell'ottavaAHS: 1984 ripresenta situazioni già note e gioca sul fattore malinconia. Propone un modello strutturale narrativo che nelle ultime stagioni è rimasto praticamente uguale. Si percepisce una stanchezza e seppur sia divertente seguirla, AHS sembra aver perso (definitivamente, ma si spera di no) la retta via. Voto: 5,5

martedì 8 ottobre 2019

American Horror Story: Apocalypse (8a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/09/2019 Qui
Tema e genere: Ottava stagione delle celebre serie tv antologica horror creata da Ryan Murphy e Brad Falchuk.
Trama: Una crisi missilistica ha ridotto la terra in un agglomerato di scorie radioattive sterminando la quasi totalità della popolazione mondiale. I più ricchi hanno trovato riparo in bunker chiamati Avamposti, ma come e perché è successo? ma soprattutto chi la scatenata?
Recensione: Una serie che ha raccolto numerosi estimatori American Horror Story, fin dalla sua messa in onda dall'ormai lontano 2011, ma al contempo ne ha persi tanti. Poiché la serie antologica creata da Ryan Murphy, probabilmente la creazione più popolare del produttore e regista americano, tra le principali creazioni artefici del suo successo, ha offerto punti davvero alti di televisione ma anche sonori tonfi. Però nonostante i non eccezionali risultati delle precedenti stagioni (compresa la settima, Cult), egli, insieme a Brad Falchuk, ci riprova, e il risultato in parte sorprende, perché seppur emergono nuovamente segni di stanchezza creativa e di brillantezza nella costruzione narrativa, lo show si mantiene di buon livello. Perché certo, Ryan Murphy è bravissimo a calarsi in qualunque registro, maestro nella costruzione di personaggi complessi e dal vissuto delicato, egli si dimostra però meno abile a gestire il tutto d'insieme, a conferire unità alla varietà, a mantenersi coerente. L'horror, il demenziale, il cinema muto, la Fabbrica di Cioccolato dell'Apocalisse, ognuno di questi elementi è perfettamente realizzato in se stesso ma perde di senso nella globalità dello show, che risulta sovraccarico. Tuttavia non si può negare che Apocalypse rappresenti un netto miglioramento rispetto al recente passato della serie. Anche se questa svolta positiva debba essere presa come fonte di speranza o occasione di una degna e auspicabile chiusura, sarà il tempo a dirlo. Comunque, non all'altezza delle prime stagioni, lo show conferma ugualmente un trend in discesa, ma grazie al fandom e alla storyline interconnessa riesce a confezionare un buon prodotto seriale d'intrattenimento. Infatti Apocalypse, ovviamente lontano anni luce dalla perfezione di Asylum, si avvicina alla piena sufficienza di Coven, di cui è crossover insieme a un altro riuscito capitolo della serie, Murder House. Una scelta che si è rivelata curiosa, interessante e certamente originale nelle sue intenzioni iniziali, quella appunto di voler riunire in un'unica stagione i nuclei narrativi della prima e terza stagione della serie, che seppur non convince fino in fondo, trova una sua dimensione e forza. Questo grazie all'intreccio, che si discosta dalle precedenti contaminazioni in quanto quest'ultima connette direttamente quelle due stagioni. Se prima i legami erano dei puri e semplici riferimenti per fan, Apocalypse è frutto diretto dell'intreccio da quelle due storyline. L'Anticristo (se non era ancora chiaro dal banner è lui il personaggio della stagione) contro la confraternita di Streghe. Un scontro atteso e che è il fulcro di questa nuova stagione. Uno scontro fra titani. Questa decisione è in un certo senso la croce e delizia dell'ottava stagione che funziona in gran parte grazie alla spasmodica attesa di carpire tutte le interconnessioni tra i vari cicli di episodi. Funziona in gran parte per un fattore nostalgia e di affetto, però, dal punto di vista narrativo, la nuova storyline che non si dirama in modo congruo, anzi, complessivamente si completa ed estende in modo discontinuo. Ci sono puntate strepitose per costruzione narrativa e altre molto flosce e di puro "rilassamento". Alcune puntate riservano grandi momenti d'intrattenimento ma altre sono banali e soffrono di una costruzione sufficiente e superficialità.

lunedì 10 giugno 2019

American Horror Story: Cult (7a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/02/2018 Qui - American Horror Story ha avuto un innegabile effetto nella Tv degli ultimi dieci anni, in particolare per essere stata una delle prime serie antologiche e per aver riportato in televisione Jessica Lange. Inutile negare però che dopo Asylum (la migliore della saga) qualcosa si è rotto, le trame e i personaggi sono diventati ripetitivi fino a Hotel e Roanoke in cui si susseguivano solo una serie di immagini d'impatto a caso. Questa settima stagione di American Horror Story poteva quindi segnare la svolta per la serie, ma se avviene, lo fa in negativo, giacché gli anni e la scarsità di idee si fanno pesantemente sentire. Anche perché American Horror Story: Cult si è rivelata l'ennesima deludente stagione, una stagione che, seppur intrigante, è cominciata come macabra parodia di un evento da tutti scongiurato ed è divagata in un'insensata analisi del fenomeno delle sette nella recente storia americana (Evan Peters finisce addirittura e ridicolmente con l'impersonare perfino Andy Warhol, Marshall Applewhite, David Koresh, Jim Jones, Charles Manson e Gesù). Senza dimenticare che gli avvenimenti vengono prevedibilmente riproposti sotto forma di cliché per accumulo, dato che già dal primo episodio si capisce che vedremo qualcosa di già visto e assisteremo spesso a lamenti di Sarah Paulson, perdendo così l'opportunità di poter sviscerare con perizia le nuove fobie della moderna borghesia americana. Poiché reduce dal ben poco riuscito Roanoke, con CultAmerican Horror Story decideva di puntare (furbescamente e in modo geniale, dopotutto Ryan Murphy di certo lo è) sull'attualità (la vittoria a sorpresa di Donald Trump nel novembre 2016) e sull'analisi di una società dilaniata da tensioni, rabbia repressa, paura e isteria, e il primo episodio, incentrato sulla fobia per i clown, ci regalava diverse buone premesse. A dieci puntate di distanza, purtroppo, la fiducia nei confronti degli showrunner, compreso Brad Falchuk, è andata dissipandosi di settimana in settimana, di puntata in puntata.

lunedì 27 maggio 2019

Scream Queens (2a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/04/2017 Qui - Giusto pochi giorni fa è calato il sipario anche sul secondo (e forse ultimo) anno di Scream Queens, l'esperimento televisivo di Ryan Murphy e Brad Falchuk che mescola un genere, l'horror-splatter, a personaggi e situazioni comiche, dissacranti, da inserire nella miglior tradizione "trash" della storia del piccolo schermo. Marchio di fabbrica dei suoi artefici, questo prendersi poco sul serio ha avuto fin dalla prima (eccezionale) stagione (la recensione qui) un effetto destabilizzante e al tempo stesso contagioso. Purtroppo però le disavventure delle tre improbabili eroine in rosa, le spietate e alla moda Chanel #1, #3 e #5 raccontate attraverso il linguaggio giovanile tipico del periodo in cui viviamo e una leggerezza di fondo che aiutava a sopportare le gravi falle di sceneggiatura, che resero Scream Queens un prodotto complessivamente piacevole, perfetta combinazione di divertimento e disimpegno che difficilmente trova paragoni simili in tv (o almeno, non con la stessa irriverenza e spiazzante sincerità), non ha trovato seguito in questa seconda, dato che nonostante le buone intenzioni di Ryan Murphy nell'unire nuovamente l'horror con il demenziale, lo show di Fox che aveva brillato nel corso della prima stagione perché si era presentata come la novità della stagione, nella seconda ha fallito perché ha ripresentato lo stesso schema. In più l'ironia al limite dell'assurdo che ci aveva fatto apprezzare la prima stagione è diventata noia quasi insostenibile nella seconda, la sceneggiatura di Scream Queens 2 infatti è clamorosamente una volontaria ripetizione di quella (certamente passabile da questo punto di vista) della prima stagione. I meccanismi narrativi sono difatti gli stessi della prima, un assassino senza scrupoli vuole vendicarsi di qualcosa successo anni prima che ha coinvolto un genitore (dalla madre si è passati al padre), indossa un costume elaborato (anche se l'unica differenza sembra essere il colore) e uccide in modi orribili le sue vittime. Improvvisamente si scopre che di killer ce n'è più di uno. Insomma, nessuna novità.

lunedì 20 maggio 2019

Scream Queens (1a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/09/2016 Qui - Scream Queens è solo l'ennesima e straordinaria serie creata dal genio di Ryan Murphy. Lui che dopo aver prodotto la interessantissima serie antologica di American Horror Story, anche se l'ultimo capitolo, Hotel, non mi ha del tutto convinto e l'altra gemella Crime Story, quella sì davvero convincente (l'inquietante processo a O.J.Simpson), estrapola dal cilindro una delle serie più belle e originali degli ultimi tempi. La serie infatti, trasmessa in Italia da Fox da maggio, dichiaratamente ispirata ai più famosi slasher movies degli anni '80 e '90 (Scream primo tra tutti), edulcorata da citazioni sparse unite a toni kitsch ed esageratamente pop, è probabilmente la prima comedy a tinte horror che celebra tutta la cultura pop, di ieri, oggi e domani, e lo fa in modo magistrale, un esperimento unico nel suo genere che ha reso la serie tv appunto una fra le produzioni più irriverenti ed inusuali dell'anno. Questo perché Scream Queens, ideata appunto da Ryan Murphy, con la collaborazione di Brad Falchuk e Ian Brennan, gli stessi di American Horror Story e Glee (che non ho mai veramente seguito), si basa su un'idea di show totalmente diversa da altri, a metà tra l'horror splatter e la commedia dissacrante (a tratti parodia dei film dell'orrore stessi e sul genere grottesco), prendendo proprio la trama di base horror (ma con molte differenze) e un po' di stile narrativo e cinematografico del primo, mentre del secondo (fortunatamente) solo Lea Michele, non ci sono infatti né canti o balletti, la trama è perciò dichiaratamente horror, anche se non è il genere che prevale, si perché il punto forte è la comicità associata ad un'ironia pungente che non lascia mai il filone horror a cui è strettamente intrecciata e che mi ha fatto ridere (davvero) più volte. E ciò viene espressa in modo paradossale e ingegnoso, incredibilmente sfruttando e abusando cliché e stereotipi. Mettiamo però subito le mani avanti, io non amo i cliché, anzi, ma in questa serie è diverso, ad essere presi in giro non sono solo i poveracci proletari di quartiere, ma soprattutto i riccastri come la protagonista, che ha un padre "schifosamente ricco" e non si vergogna di mostrare al mondo la sua superbia. Lo stereotipo più comune, quindi, è quello del "Ricco-Stupido", di cui il fidanzato è l'emblema. Ad opporsi a loro ci sono le protagoniste minori, due semplici ragazze desiderose di entrare in una Confraternita femminile, e le altre consorelle che rappresentano lo stereotipo delle "sfigate" americane, quella carina, ma trascurata, la stupida, la nerd, la fan ossessiva...tutto molto triste, ma sfortunatamente molto attuale. Ma anche la narrazione sfrutta i cliché del genere, perché la trama esile ruota solamente attorno a una serie di omicidi (uno in ogni episodio) che avvengono nel campus universitario di Wallace, avvenuti per mano di qualcuno travestito da Red Devil, la mascotte del college. Tutto però sembra esser collegato a vent'anni prima, quando una ragazza della confraternita era stata trovata morta nella vasca da bagno, dopo aver dato alla luce una bambina (tutto saggiamente nascosto). Ovviamente l'identità del Diavolo Rosso verrà svelata nell'ultimo episodio anche se è chiaro dall'inizio che è solo un espediente narrativo (alquanto intelligente) per mostrare e far percepire la chiave di lettura dello show.