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martedì 20 febbraio 2024

After Life (Serie Completa)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/02/2024 Qui - Pur mantenendo l'essenzialità delle serie britanniche, che non eccedono nel numero degli episodi, After Life riesce a renderci parte di un mondo intero. Un microcosmo di personaggi ispirati e memorabili esposti tanto nelle loro fragilità che nelle piccole grandi sfide quotidiane. Tra humor e dolore, follie e disperazioni, partecipiamo empaticamente a una grande storia di amore e umanità, qualcosa che lascia il cuore più aperto. Tra la commedia nera e il dramma, After Life è infatti una serie ben riuscita, scritta e interpretata da un Ricky Gervais al meglio di sé. Certo non c'è granché approfondimento dei personaggi, ma è poca cosa considerato che contribuiscono tutti, con le loro azioni, alla morale della storia: vivere un lutto è terribile ma le persone attorno, in un modo o nell'altro, possono aiutare in qualche modo. La forza e l'originalità di After Life stanno nel mostrare per quello che è, senza tanti fronzoli, una realtà nella quale tutti noi possiamo riconoscerci: la tristezza, l'insoddisfazione, la depressione fanno parte di chiunque, magari non sono una costante ma tutti prima o poi possono imbattersi in queste condizioni mentali. Ricky Gervais non voleva raccontare una favola di rinascita, di una nuova vita e di un nuovo amore. Perché, dopo un'esperienza come la sua, non è scontato, non tutti sono uguali reagendo allo stesso modo. Lui rifiuta la possibilità di un'altra relazione, ma nell'arco narrativo di tre stagioni conquista una nuova consapevolezza: raggiunge quella serenità che gli permette comunque di andare avanti. E chi lo dice che la serenità non sia meglio di una felicità che va e viene? After Life tuttavia, pur rivelandosi, nella sua totale interezza, una serie tv imperdibile, talvolta, scade in alcune cadute di gusto vistose e imperdonabili, smarrendosi in numerosi sketch, se non del tutto inutili, perlomeno non necessari, pecca inoltre di tanto in tanto di qualche buonismo retorico un po' fasullo, eppure nonostante ciò, ed ugualmente, rifulge di vita propria e assai eccelle lodabilmente, toccando financo alte vette d'alta poesia struggente. Dosa perfettamente cinismo e momenti agrodolci: si ride, ci si commuove e soprattutto si riflette parecchio, cosa desiderare di più?. Voto complessivo: 8 [Netflix]

venerdì 26 agosto 2022

Britannia (3a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/08/2022 Qui - Il più grande cambiamento della terza stagione di Britannia, è la sigla, ecco infatti T. Rex con Children of the Revolution. Questo fa parte di uno schema (tematico), con Season of the Witch di Donovan che sostituisce un suo altro grande successo, Hurdy Gurdy Man, nel passaggio di consegne dalla prima alla seconda. Il resto poco cambia le dinamiche della serie, una serie fantasy non da prendere sul serio e di certo non è Il Trono di Spade. A volte si sforza troppo di essere spigoloso e ci sono troppi fili narrativi di cui tenere traccia, ma nonostante tutti i suoi passi falsi, ottiene ciò che molte serie storiche non riescono a fare: è un divertimento sfrenato. La terza stagione riprende poco dopo gli eventi visti nella precedente, e in verità non c'è molta trama e ciascuno degli otto episodi generalmente si riduce ai personaggi (sempre ben interpretati) che girano in vari stati di agitazione sboccata (non ci sono difatti più limiti di sorta). Britannia 3 offre una stagione (sufficientemente) soddisfacente, che porta molti colpi di scena e alcuni momenti importanti. Il finale di stagione si conclude con una nota importante, che sembra in qualche modo definitiva (ma forse non lo sarà). Anacronistica, non solo musicalmente, ma narrativamente in negativo, esagerata e non sempre brillante, eppure c'è qualcosa di affascinante e ridicolo in una stagione/serie che presenta cannibalismo comico, orge, tagli alla gola e druidi che sembrano essere usciti da un video musicale dei The Prodigy, esempio Voodoo People. Alla fine della fiera, stagione riuscita seppur non interamente. Voto: 6

lunedì 13 luglio 2020

Britannia (2a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/07/2020 Qui - La prima stagione della serie Sky Original ha raccontato la vittoria dell'Impero Romano sulla civiltà dei Celti. La seconda, che andò in onda su Sky Atlantic sul finire dello scorso anno ed ora è disponibile su On demand, riparte due anni più tardi, a cavallo tra realtà, epica e finzione. È la storia che incontra la magia, l'epica che si manifesta, rivelando tra sé quel suo groviglio di realtà e fantasia. Britannia è la finzione scritta sulle pagine del tempo, dove, due millenni or sono, si sono dati battaglia Celti e Romani. Archiviato ogni legame con i fatti storici realmente accaduti, la serie ideata da Tom e Jez Butterworth, trova paradossalmente ed incredibilmente (giacché nella prima stagione era un difetto slegarsi quasi completamente dall'attinenza storica e non mi aveva convinto del tutto lo sviluppo narrativo conseguente) la propria identità con una narrazione al limite della follia, magica e in più momenti brutale. Ci vuole un po' affinché carburi, qualche aspetto difetta ancora (in altri lo si è migliorati), rimangono le perplessità, ma riesce comunque a divertire con un mix di situazioni quasi psichedeliche, come i titoli di testa sulle note della cover di Season of the Witch, teste mozzate, uccisioni, amori, sacrifici e intrighi politici. L'atmosfera mistica e un po' folle che contraddistingue i nuovi episodi della serie, è difatti la carta vincente di questo capitolo della storia proposta sul piccolo schermo. L'utilizzo della storia come semplice punto di partenza permette infatti alla serie di trovare la sua dimensione e, sulle note della trascinante colonna sonora, portare in scena l'eterna lotta per il potere e il tentativo di trovare se stessi e il proprio posto nel mondo in modo originale e persino divertente. Gli eccessi, narrativi e visivi, si inseriscono bene in un contesto quasi onirico e ricco d'azione che riesce a coinvolgere, sempre a patto di non fermarsi troppo a riflettere su quanto si sta vedendo, considerando l'elevato grado di follia che anima gli eventi. Britannia, sfruttando nel migliore dei modi il budget a propria disposizione (scenografie e fotografia nuovamente efficaci), usa a proprio favore la libertà creativa e la bravura del cast (in testa David Morrissey, poi ecco Mackenzie Crook, in un doppio ruolo, Nikolaj Lie Kaas e Eleanor Worthington CoxAnnabel Scholey e David Bradley, piccola parte per Samantha Colley) per dare vita a un mondo davvero incredibile che, tuttavia, intrattiene, non benissimo, ma bene, praticamente il giusto. Non migliore né peggiore della precedente, ma seconda stagione riuscita. Voto: 6,5

giovedì 13 giugno 2019

The Strain (4a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/04/2018 Qui - È raro trovare, volgendo lo sguardo agli ultimi anni, serie tv che si auto-concludono dopo poche stagioni. The Strain è una delle poche eccezioni nel vasto mondo della serialità attuale (anche se ciò è successo anche per Salem, la discreta serie sulle streghe). La serie prodotta dal regista pluripremiato Guillermo Del Toro ha infatti concluso la sua corsa dopo quattro intense stagioni e 46 episodi totali. Tuttavia era chiaro che ciò sarebbe avvenuto, dato che lo show, che altresì si è chiuso anche a causa di una terza stagione molto zoppicante (ma più che sufficiente, qui), aveva già definito la via concludendo la trasposizione della trilogia di libri Nocturna, scritti dal regista fresco vincitore di un Oscar e dall'amico fidato Chuck Hogan, con cui si divide nuovamente il merito di aver, con questa quarta stagione e quel godibile finale (nonostante qualche sbavatura), degnamente chiuso, con una elevata ed onorevole qualità che non è mai mancata, l'arco narrativo di una delle serie più belle ed originali degli ultimi tempi, perché anche prendendo forma da radici molto classiche del genere, è riuscita a trovare quei guizzi di originalità capaci di stregare e coinvolgere. Tuttavia, nonostante l'epilogo "epico", The Strain 4 è stata rispetto alle prime tre stagioni quella più fiacca e meno curata. Non a caso questa stagione appena conclusa (meno thriller e molto più survival), a partire, soprattutto, dalla sua timeline, si è rivelata immediatamente differente dalle tre precedenti.  Se le tre stagioni si estendevano difatti in un lasso di tempo minore ma fortemente dilatato (circa una settimana per stagione) l'ultima si colloca dopo quasi un anno provocando una sorta di capovolgimento nella velocità di racconto. Facendo così sembrare che la stagione conclusiva scorra troppo veloce rispetto alle antecedenti.

sabato 25 maggio 2019

The Strain (3a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/02/2017 Qui - Venerdì 20 Gennaio scorso si è conclusa la terza stagione di The Strain, la serie horror creata da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, di cui avevo già parlato in occasione della seconda stagione, qui, dove come ovvio trovate molte info, tra cui quella che la serie è basata sulla trilogia di libri Nocturna, fatto importante dato che considerando che le tre stagioni di The Strain hanno coperto tutti e tre i libri della serie, molti si aspettavano un epilogo. E invece le aspettative si sono infrante quando FX ha annunciato una quarta e ultima stagione. La terza stagione, per questo motivo, viene caratterizzata da un'atmosfera di passaggio che rende ben chiaro, nella mente degli spettatori, che niente è definitivo. E questa linea viene portata avanti fino alla fine, fino all'ultimo secondo dell'ultima puntata, dove assistiamo nuovamente al secondo season finale di fila rovinato dal giovane Zach. Ma prima di arrivare alla fine partiamo dall'inizio, un inizio con una prima puntata classica, ovvero una tipica ripresa in cui è necessario ricordare agli spettatori 'dove eravamo rimasti'. Poi una novità, la nuova sigla, completamente rinnovata, che sembra fissare un tono quasi inedito per le puntate a venire. Le immagini del tema iniziale scorrono in un clima potenzialmente più dark e decisamente più bellico. Le ambientazioni sono immerse nel buio e partono dalle profondità della città di New York. Saranno episodi di lotta, militareschi, contro la grande minaccia Strigoi. The Strain 3 infatti si concentra particolarmente sulla battaglia tra il male, molto rinforzato per la crescita degli strigoi, e il bene, che darà del filo da torcere al Maestro, soprattutto dopo aver scoperto una nuova arma e dopo aver trovato un nuovo alleato (Palmer, Jonathan Hyde). Difatti la prima puntata come questa terza stagione non delude, dato che non ha nulla da invidiare alle altre, abbiamo lo splatter giusto, i personaggi ben analizzati come sempre, i colpi di scena quasi in ogni puntata, un finale di stagione stratosferico, e sopra ogni cosa, la terza stagione è caratterizzata dall'azione inarrestabile, resa migliore rispetto alle precedenti seasons. La serie poi non prende derive inaspettate e prosegue nel suo intento tra azioni avventate dei protagonisti e momenti raccapriccianti. Molti personaggi invece hanno un ruolo più centrale, ovvero Kelly Goodweather (Natalie Brown), Gus, Quinlan, Angel, Justine e ovviamente Fet.

mercoledì 8 maggio 2019

The Strain (2a stagione)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/01/2016 Qui - The Strain è una serie televisiva statunitense di genere horror creata da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, basata sulla trilogia di libri Nocturna, degli stessi del Toro e Hogan. La seconda stagione si è conclusa pochi giorni fa, più precisamente l'11 gennaio. Una delle serie horror più apprezzate degli ultimi anni, una serie molto diversa, sia stilisticamente che visivamente da altri, migliore di tanti altri del suo genere. La serie narra di un'epidemiologo che con il suo 'team' improvvisato di personaggi, incontrati per caso, cerca di sconfiggere e trovare una cura per un virus, una malattia, arcaica e letale, il vampirismo. A capo, un Signore del male, che ha in serbo per gli umani un progetto orribile, ma dimenticatevi i 'soliti' vampiri, questi sono i più letali, brutali, brutti, cattivi e spietati di sempre. Essendo questa la stagione di mezzo (la terza è già sicura), ha aperto le strade ad un finale ben più apocalittico e complicato delle aspettative. Se alla fine della prima stagione ci trovavamo di fronte all'alba della battaglia adesso ci ritroviamo in un vortice di situazioni rimaste a metà, con l'ansia mista ad attesa in aumento per la nuova stagione che si prospetta molto allettante. Anche nella seconda, come nella prima, The Strain, non ha mai tentato di atteggiarsi a qualcosa di più di quello che è, ovvero una serie horror con una bella premessa e un'esecuzione ritmata e truculenta. Una gioia per chi ama il genere e vuole semplicemente rilassarsi e divertirsi, seguendo una strada opposta a TWD per esempio, là dominano introspezione e domande morali, qui si dà la precedenza a inseguimenti, sangue, effetti speciali e colpi di pistola, sempre fondendo in maniera magistrale la mitologia classica dei vampiri con una variante moderna. Una perfetta sintesi tra vecchio e nuovo.